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La Waterloo dell’ istruzione

contributo inviato da ado il 11 aprile 2008

 


Sarà il caso, divenuto famoso su Youtube, di Luca Lucani, il manager Telecom, maturità classica, laureato con 110 e lode e stipendiato a 844 mila euro l’anno, che durante una convention aziendale ha presentato Waterloo – una delle sconfitte più famose della storia - come vittoria esemplare. Sarà la pubblicazione delle graduatorie e dei rapporti sulla scuola e sull’università (come quello, uscito in questi giorni, di “Tuttoscuola”), che riaccende per qualche giorno l’attenzione su uno dei problemi che altrove è considerato basilare e qui semplicemente uno dei tanti. Fatto sta che ogni anno scopriamo (o riscopriamo) che i nostri studenti sono solo trentaseiesimi (su 57 paesi testati) in scienze, che solo uno su quattro, nelle isole, è in grado di dire perché il giorno si alterna alla notte, che i programmi variano da città a città e da regione a regione, che la diffusione dei computers è a dir poco a macchia di leopardo, che non è possibile introdurre criteri di merito tra gli insegnanti, la metà dei quali, in un test svolto da una Asl di Milano, è pure risultata affetta da patologie depressive.

Ma il problema della mala istruzione non sta solo nei disservizi, o negli scarsi investimenti dello Stato o ancora nel disinteresse manifestato dai partiti per una questione così importante. Alla base di tutto c’è la mancanza di uno stesso metodo, che accompagni gli studenti dalle scuole elementari fino all’università in modo omogeneo alle esigenze del mercato del lavoro.

Ciò che invece, per fare un esempio, rappresenta il punto di forza del meccanismo della formazione nel mondo anglosassone. A parte il valore che lì viene dato alle statistiche (pubblicate in prima pagina sui giornali e sulle copertine dei magazine, mentre da noi sempre nelle pagine interne), infatti, il funzionamento del sistema accademico (si chiama così anche quello della primary school) è basato sullo stesso metodo, che accompagna gli studenti per tutta la durata dello loro carriera scolastica dalla nursery alla laurea)

Dalle elementari alle medie, alle superiori, all’università, dovranno rispondere allo stesso tipo di quiz, sottoporsi a controlli statali ( i cosiddetti “Sats”, o i “Gcse”, o ancora gli “A – level”) sul grado di preparazione, sostenere interviste come quelle che gli toccherà affrontare per entrare nel mondo del lavoro, saper usare i computer (che formano una specifica materia di studio, “ICT”, Information Computer Technology) perfettamente già a undici anni. E a una serie accuratissima di controlli e di sperimentazioni saranno affidate anche le rare innovazioni del sistema.

In questo modo, ad esempio, anche le riforme introdotte da Blair, nel suo decennale periodo di governo, sono state criticate e poi bocciate perché non hanno raggiunto i risultati sperati (aumentare le possibilità di ingresso anche per gli immigrati nel sistema dell’istruzione e accrescere il grado complessivo di formazione e cultura). E tutto questo, ad onta dello slogan con cui il giovane leader laburista aveva vinto , nel ’97, le elezioni per la prima volta: “Education, education, education!”.

In Italia accade esattamente il contrario. Il programma delle elementari o è slegato da quello delle medie e delle superiori, o si ripete pedissequamente senza alcun aggancio con i possibili sbocchi universitari. Nel programma di storia o di educazione civica non si studiano la Costituzione o l’Assemblea costituente. Spesso non si arriva neppure alla Seconda guerra mondiale. Inoltre, dopo un secolo quasi di immobilismo e dopo mezzo secolo di monocolori democristiani neppure scossi dall’ondata del ’68, negli anni della Seconda Repubblica un’inarrestabile ondata riformista ha investito scuola e università in modo contraddittorio .

Da Berlinguer alla Moratti, a Fioroni e a Mussi, i ministri e le leggi sono andate in un senso e nell’altro, verso la riduzione del comparto statale dell’istruzione e verso il suo restauro, tra competenze cancellate e duplicate, interventi schizofrenici e lontani dalla realtà. E’ per questa ragione, ad esempio, che oggi un professore universitario in seduta d’esame deve fare i conti con studenti del vecchio, del nuovo e del nuovissimo ordinamento, il che vuol dire tre diversi programmi, tre diversi tipi di domande, tre diversi verbali da riempire. E, va da sé, tre diversi percorsi di laurea che fanno riferimento alle varie riforme accumulate fin qui nel giro di meno di dieci anni.

Senza tener conto che anche dopo la laurea, rispetto ai loro coetanei di formazione anglosassone, gli studenti italiani si troveranno ad avere un gap tecnologico, non saranno mai in grado di usare “Power Point” o di tradurre in slides la presentazione di un elaborato. Cosa che in Inghilterra si impara nell’ultimo anno delle scuole elementari, ed è materia di esame. Allo stesso modo nessun laureato italiano sarà pronto a sostenere un colloquio di lavoro, o, come si chiama adesso, un’intervista. Cosa che in Inghilterra i bambini devono essere pronti a fare anche per l’asilo, per potere concorrere all’assegnazione di un posto. Per non parlare delle richieste di ammissione e dei curriculum, da compilare mettendo in risalto la parte migliore della propria preparazione: anche in questo caso, si tratta di un esercizio che si ripete varie volte in tutta la vita di uno studente inglese, con le stesse caratteristiche, con gli stessi sistemi e lo stesso metodo.

Forse è troppo chiedere, come per altre materie delicate (la politica estera o quella della difesa) un maggiore sforzo bipartisan di condivisione anche per il comparto dell’istruzione. Ma un consiglio a chi vincerà le elezioni forse si potrebbe dare: al primo articolo di ogni nuova legge in materia di formazione bisognerebbe aggiungere che la scelta durerà almeno dieci anni.

Anna Chimenti


commenti:


commento di   xiaobu005 inviato il 10 dicembre 2010
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13 febbraio 2008
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